Allarme chiaro e proposte concrete. Giuseppe D’Aniello, oggi alla Triestina ed ex direttore sportivo della Ternana, analizza il presente della Serie C: senza un modello economico solido, la terza serie rischia di perdere terreno fino a spegnersi. Tra richieste alla nuova FIGC, difesa del salary cap e una riforma che riduca il numero delle professioniste, il manager indica la rotta per tornare a un calcio sostenibile e competitivo.
Il caso Ternana e una città ferita
L’esperienza recente a Terni resta la cartina di tornasole delle fragilità del sistema. D’Aniello ricorda una piazza intera mobilitata – istituzioni, politica e imprenditoria – nel tentativo di salvare la categoria. Le procedure di liquidazione e i tempi strettissimi hanno mostrato tutta la volontà di evitare l’epilogo più duro, eppure una combinazione di fattori ha portato alla scomparsa del club nell’anno dell’anniversario, una ferita profonda per la comunità. Ora si parla di possibili nuovi progetti, fra un’iniziativa legata al sindaco Bandecchi e una cordata locale: qualunque sia la soluzione, l’obiettivo è ricostruire basi solide per tornare presto nel calcio professionistico.
Serve un sistema sostenibile: priorità alla FIGC
Con l’elezione di Malagò alla FIGC, la richiesta è netta: costruire un sistema che metta la sostenibilità economica al centro. Il divario tra Serie B e Serie C è definito “un abisso” per ricavi e contributi: piazze storiche come Trieste o Terni faticano a tenere i conti in equilibrio quando la mutualità non è all’altezza. Senza interventi strutturali – più ricavi televisivi, criteri economico-finanziari applicati con rigore e regole chiare – i club continueranno a inseguire obiettivi sportivi con basi fragili. Per D’Aniello, il pareggio di bilancio deve guidare ogni scelta manageriale: solo così si evita che la C venga di fatto assimilata al dilettantismo.
Salary cap dal 1° luglio: perché è uno strumento chiave
L’introduzione del salary cap in Serie C è vista come una svolta utile e pragmatica. In passato, misure simili in B hanno aiutato dirigenti e società a negoziare con calciatori e agenti entro paletti sostenibili, frenando derive emotive e spese fuori scala. Stabilire tetti individuali e collettivi consente di livellare la competizione tra club con disponibilità diverse e di calmierare i costi lungo tutta la stagione. Per D’Aniello, in un contesto dove troppa “libertà” genera distorsioni, regole precise sono un alleato: adottato con coerenza, il salary cap può produrre risultati significativi e dare ossigeno ai bilanci.
Il salto all’indietro: retrocedere e restare in piedi
Le retrocessioni pesano come macigni: Bari, Spezia, Reggiana e Pescara dovranno fronteggiare impatti economici importanti passando dalla B alla C. D’Aniello cita l’esperienza vissuta a Terni: budget alleggeriti anche di dieci milioni non bastano se i contratti non prevedono clausole chiare per il cambio di categoria. Tra scaramanzia, fretta ed emotività, spesso mancano adeguate riduzioni automatiche, innescando squilibri che si trascinano per stagioni. Qui il salary cap e meccanismi obbligatori di decurtazione diventano leve indispensabili per evitare il declino economico-finanziario post-retrocessione.
Riforma prioritaria: meno squadre, più qualità
Se ci fosse da scegliere una sola riforma, per D’Aniello sarebbe la riduzione del numero di squadre professionistiche. Tre gironi così ampi diluiscono risorse e visibilità: criteri economici, infrastrutturali e organizzativi devono pesare davvero, premiando chi ha basi solide e personale qualificato. Una C più snella renderebbe più attrattivi i diritti tv, alzerebbe la quota di ricavi da distribuire e contrasterebbe un divario oggi insostenibile (milioni in B contro poche centinaia di migliaia in C). Per realtà come Padova, Vicenza, Triestina o Ternana, l’equilibrio tra costi e ricavi è il vero campo su cui giocarsi il futuro.